Buon 1° Maggio

Rispolvero un vecchio classico, che non passa mai di moda

Artista, e per vivere che lavoro fai?

Il CONTADINO, al mattino, guardando fuori dalla finestra per capire se il tempo mi consentirà di uscire e andare in piazza
La PSICOLOGA, mentre eseguo un’accurata autovalutazione: sono in grado di affrontare la strada oggi? Di resistere all’attesa, di sorridere qualunque cosa accada, di accogliere l’indifferenza come l’attenzione, la fatica come la gratificazione, di saper aspettare ricordando che non so cosa appartiene al minuto che segue il precedente? Di dire, anzi, sapere sempre “grazie”? Sono in grado di ascoltare?
Il FACCHINO, montando bici e carretto, caricando, pedalando con 40kg di zavorra, allestendo il tutto in coerenti tacchi alti.
La LETTRICE, per tutto il tempo che il mio “capo” ritiene necessario resti in “ufficio”.
L’EQUILIBRISTA, ogni minuto, sbilanciandomi sul vuoto fra me e la persona che, a pochi metri, sembra si stia a sua volta sbilanciando per raggiungermi. Un attimo, per entrambi, per decidere se incontrarci in quello spazio sospeso.
Nuovamente il FACCHINO, tornando a casa a mezza velocità.
Il CONTABILE, che suddivide i proventi della giornata e li distribuisce fra i creditori, recepisce lamentazioni, si esibisce in elaborati esercizi di finanza creativa e moltiplicazione biblica.
Lo CHEF ardito, capace di cucinare fondi di dispensa e centesimi, allestendo una cena per due.
Infine l’ARTISTA, che cerca come può di tenere il filo di ciò che accade. Che è sempre troppo per poterlo dire, ma è facile da trasformare in una storia da raccontarvi per sentirsi ancora dire: “Artista? Bello! E per vivere, che lavoro fai?”

nota 1: poi ci sarebbero anche i Festival, e quindi contratti, fatture, commercialista, tasse, conti… ma quella è la vacanza, che ve lo dico a fare
nota 2: con variazioni su contenuto di carretto e bagagli, grossomodo le stesse considerazioni valgono per quasi tutti i miei colleghi d’ #ufficioinstrada. Quando incontrate un Artista di Strada, fateCi caso.

Rotolando verso Sud

La Lettrice ha stivato libri e parole in un valigione, e si prepara a rotolare verso Matera per partecipare a una della quattro giornate dedicate alle Letture in Scena, nuova tappa di avvicinamento a Matera 2019.

Domenica 22 aprile, nelle piazze del Centro, affiancherà il Maestro La Cava e il suo prodigioso Bibliomotocarro per somministrare pagine e conversazioni agli abitanti che l’hanno fortemente voluta attraverso la Community aggregatasi per supportare e suggestionare l’organizzazione della Capitale della Cultura 2019.

Dopo tanti sopralluoghi e avvicinamenti amichevoli, finalmente l’occasione di restituire a questa città ricca di fascino e contraddizioni il mio punto di vista. Sono curiosa e in fibrillazione. L’allestimento della libreria per l’evento ha richiesto cura e particolare attenzione, e sono certa che le relazioni che avverranno nel mio piccolo spazio sorprenderanno me per prima.

Il primo evento notevole, che ha già prodotto un cambiamento nel mio modo di lavorare, è nato da una questione logistica che si è trasformata in una possibilità di relazione. Non potendo scendere da Torino in macchina, con bici e carretto, la comunità di Matera si è attivata in vari modi per contribuire a ricreare con gli oggetti necessari il mio salottino. Chi ha messo la bici (togliendo il seggiolino del figlio), chi il carretto, chi un tappeto, poi gli sgabelli. Il risultato non sarà semplicemente la copertura di necessità, ma sarà la possibilità di riconoscere nella mia piccola casa mobile un pezzo di casa propria. Di potersi sentire a casa. Di sapere, inoltre, di aver dato ad altri la possibilità di sedersi, di sentirsi a casa, di godere di un momento di intimità. Anche questa, una piccola forma di co-creazione, se vogliamo. Cp-creazione dell’accoglienza.

Prima di ora, non avevo considerato le enormi potenzialità implicate in questo scambio. Mi ostinavo a fare tutto da sola. Invece, insieme è davvero meglio. Ed è un’altra occasione di dire, davvero: grazie! Tutti.

Ci vediamo a Matera!

Adriana Lisboa, “Blu Corvino”, La Nuova Frontiera Ed.

A cosa serve tutto ciò?

A parte fornire l’occasione a mia madre di raccomandarmi maggiore calma e compostezza nell’enunciazione delle mie questioni. A parte garantirmi le critiche della Figlia (15enne) per l’eccesso di trucco. A parte darmi l’impressione di frequentare brevemente un circo frenetico, in cui vengo introdotta con entusiasmo e immediatamente sostituita da un altro numero, ma posso restare a guardare lo spettacolo.
A cosa serve l’improvvisa “scoperta” che i media e le persone sembrano aver fatto della Lettrice?
A molto, a me. Mi dà l’occasione preziosa di raccontare un’idea di arte, spazio pubblico e lavoro costruita nel tempo, che solo con attenzione si può percepire incontrandomi in azione.
Passaggio dopo passaggio, tra radio, tv, blog e conversazioni, cerco di aggiungere un pezzetto delle cose che ho da dire. Delle cose in cui credo e che pratico con fermezza e determinazione, nonostante i costi, e grata dei benefici.
Semino briciole di senso (il mio, s’intende) tra emittenti radio e televisive.
Chi sei? Cosa fai? Perché lo fai? Come è iniziato tutto? Come è continuato tutto? Che senso ha? Ma ci vivi? Cosa ne pensa la tua famiglia?
Rispondo a domande e ne provoco di nuove.
Perché proprio in strada? Perché proprio i libri? Cosa succede alle persone che incontri? Cosa succede a te, dopo ogni incontro? Hai mai pensato di smettere?
Mi viene chiesto, e io chiedo a me stessa.
Ogni volta, aggiungo un puntello alla domanda, la sostengo, la oriento per essere guardata in modo diverso.
E, intanto, a piccoli passi, in tanti ascoltano. E poi vengono in piazza (quella reale, Piazza Carignano, quella virtuale, fb) e ne parlano con me.
Ecco, parte del senso è questo: continuare una conversazione iniziata cinque anni fa.
Tra qualche giorno, proverò a scrivere qui qualche risposta.

Nel frattempo, metto i primi link dove trovare quelle che ho già dato. Altre, sembra, seguiranno:

Fahrenheit (1:45:20)
La vita in diretta
Siamo noi
TorinoOggi
Slash Radio Web
Petrarca

 

La “sciroccata che va in strada a squinternare la gente”

Eccomi, sono io. E questa è la poetica e letteraria definizione che ha dato di me un commentatore Facebook all’articolo dedicatomi da “Buone Notizie” (supplemento settimanale del Corriere della Sera) martedì scorso.
Nata forse come una critica, finché l’autore non mi chiede i diritti, io la adotto come tag line!
Roberta Scorranese, sul Corriere, mi ha descritta con garbo e precisione, mettendo in luce tutti gli aspetti più significativi della mia militanza di relazione in strada attraverso i libri. Tanti, molti più di quanti mi aspettassi, hanno scoperto e apprezzato.
Però, non c’è dubbio: per fare quello che faccio, e da tanto tempo, completamente a posto non sono.
Portare i libri in strada? Usarli come mezzo per avere relazioni e conversazioni con altri, anziché come rifugio solitario? Proporli quali “strumenti” per orientarsi nel proprio marasma? Pensare anche di camparci? E nel carretto non ci sono nemmeno Fabio Volo o le ricette della Parodi. Ma che è? Una follia!
Un colpo di scirocco che mi ha fatto perdere la testa, certamente.
E poi, cosa dire dell’effetto che ho sugli ospiti del mio salottino? Ce n’è forse uno che si alza da quel sedile uguale e ordinato come quando ci si era seduto? Con tutte le sue paginette a posto, ben numerate e senza una piega? Mmm… non mi pare.
Insomma, neanche avessi pagato un copy avrei avuto di meglio.

E la cosa, evidentemente, non dispiace e non spaventa, perché è una settimana che intorno a me si è scatenato un circo surreale (altro che Pulci!). Devo ancora capire cosa pensare e come muoverci, perché, diciamolo, La Lettrice è socievole, ma Chiara è un orso difficile da stanare. Se le due riusciranno a trovare un punto di equilibrio, ne troverete traccia qui.

Nel frattempo, se vi interessa e ve lo siete perso, il link all’articolo è QUI

“1 libro in 10 minuti” A misura d’uomo

Prima di guardare, è bene che sappiate che:

– questo è “1 libro in 10 minuti”, ma i minuti sono 20. Perché ho riscritto il testo in occasione della presentazione/spettacolo con l’autore e Federico Sirianni, alla Luna’s Torta, quindi mi sono presa le mie libertà. Fidatevi, le pagine si sfogliano in modo tale che non vi accorgerete della differenza
– mancano le canzoni di Sirianni, tra un blocco e l’altro. Mi piacerebbe che ci fossero, perché è stato un dialogo fuori dal comune, e lo ringrazio nuovamente, sorpresa
– potete prenderla come una recensione, se volete. Solo che, fuori da ogni logica, è composta con le sole parole del testo. Secondo me, cosa intendo si capisce
– tra le molte cose che si trovano a Fabbrico, e in cui vi potete trovare, ne ho lasciata fuori una sola. Quella che potete trovare solo leggendo tutto il libro. Quindi, prendete e leggetelo.
– infine, cari addetti ai lavori, se vi interessa questo format (sul canale You Toube trovate altri lavori) e volete informazioni su tempi e costi di lavorazione, scrivete a: lalettricevisavis@gmail.com

A misura d’uomo”, di Roberto Camurri (NN Editore)

Diversamente ricca

Spesso mi chiedono: quanto guadagni, facendo spettacolo in strada?
Dipende. A volte (tipo oggi), metto giusto insieme la cena (kebab).
Ma questi sono i soldi.
Poi, ci sono altri tipi di guadagno. Per esempio, mi si arricchiscono sempre le ‘rubriche’ nel quaderno degli aneddoti (che da vecchia diventerà libro). Oggi ben due.

MATRIMONIALI
Abramo è alto alto e nero nero, nero come il buio. Un ambulante che abborda i passanti con chiacchiere, domande, battute. Seguo divertita un paio di scambi. Gli sorrido. Lui si avvicina e:
“Ciao. Sei una bella donna. Vuoi sposarmi?”
“Ehm, grazie, ma non posso, sono impegnata”
“Oh, peccato! Sono arrivato tardi”
“Comunque grazie per la proposta”
“Ma sei sicura? Guarda che mi metto lì, mi puoi portare via nel carretto. Vuoi sposarmi? Mi piace una donna bella e famosa”
Lo saluto ridendo. E pensando che in effetti, per la stima e l’ottimismo, forse dovrei dargli una possibilità. Almeno lui non mi ha chiesto la bici, come gli altri.

COSTUME & SOCIETA’
Avrà 70 anni, più o meno. Distinto, sereno. Commenta sorridendo il mio menu del giorno (“Non pioverà per sempre”), augurandomi sole e soldi.
Poi, di punto in bianco, attacca la filippica:
“I cinesi hanno capito tutto. Sono arrivati qui 40 anni fa, li trovavi a ogni angolo, a vendere cravatte a due lire. E adesso, a Genova, girano con i macchinoni e le nostre figlie fanno da badanti alle loro famiglie. E’ grave!”
“Scusi, ma esattamente cosa è grave?”
“E’ grave che noi non abbiamo fatto niente. Abbiamo smesso di lavorare, di crescere, di provare. Abbiamo regalato tutto ai nostri figli, che non sono diventati capaci a fare niente. Ci siamo impigriti, e poi ci siamo rimasti male quando la festa è finita. Ma per loro, per i cinesi, la festa continua. E fanno bene, hanno ragione. Anche se poi andiamo noi a fargli da badanti”
Prima di salutarmi mi augura buona fortuna, poi ci ripensa: “Non si preoccupi: prima o poi arriverà un cavaliere”
Ma dico, ho proprio l’aria di quella che deve essere salvata, oggi?
“Però, signorina, stia attenta: avrà gli occhi a mandorla!”

VOLTA LA CARTA – La buonanotte a modo mio

Domenica 11 marzo – ore 21.30
sulla pagina fb Vis à Vis – Chiara Trevisan
il primo appuntamento con

VOLTA LA CARTA

Alla fine di una giornata di ozi o gite, lavori o pulizie.
Dopo che avete mangiato, sparecchiato, messo a nanna eventuali pupi.
Prima di immergervi in una maratona Netflix o nel libro che vi aspetta sul comodino, venite da me.
Sulla mia pagina facebook.

A cosa servono le pagine giuste, se non per chiudere una giornata e avere la chiave per aprirne una nuova?
Che senso ha il lunedì, se prima non si è spesa una notte in sogni belli?
Quand’è stata l’ultima volta che qualcuno vi ha raccontato la favola della buonanotte, perché questo fosse possibile?

Lo faccio io. In diretta video. Per una manciata di minuti.
Vi leggo qualcosa, vi racconto una storia, vi do la buonanotte a modo mio.
Vis à vis, come mi piace. Se vi piace (questo lo scoprirò domenica).

21.30, puntuali. A domani!

Incursioni: Matera 2019/ -1

Piccola storia di/in trasformazione: Matera 2019/ -1
Venerdì e sabato, a Matera, ho avuto il privilegio di osservare e partecipare a una metafora, per così dire. Per raccontare e condividere il progetto di Matera Capitale Europea della Cultura, a un anno dall’inaugurazione effettiva, una passeggiata di senso in un panorama poco familiare.
Condivido, mettetevi comodi.
Olivier Grossetête, artista visuale francese, dopo una settimana di workshop collettivo con abitanti e studenti materani, ha diretto gli stessi nella costruzione di una grande architettura effimera, dalle forme in assonanza con gli edifici cittadini, interamente realizzata con scatole di cartone e scotch da imballaggio. Un struttura del peso di una tonnellata e mezza, costruita in levare, consolidata e sollevata dai partecipanti, questa volta anche estemporanei, livello dopo livello. Un edificio solido e fragile al tempo stesso, destinato a essere distrutto il giorno seguente, ricompattato e riciclato dagli stessi abitanti. Un arco narrativo, oltre che strutturale.
Antoine Le Menestrel, arrampicatore e danzatore, in serata ha richiamato il percorso di costruzione e trasformazione attraverso la scalata suggestiva della struttura, con passaggi che lo vedevano un po’ King Kong e un po’ angelo ne “Il Cielo sopra Berlino”, culminata nella successiva discesa. Una sorta di scalata al contrario, forse ancora più eloquente. Un cammino denso, articolato, nel quale il gesto riempiva i vuoti della sagoma cartonata, il corpo manifestava il contrapporsi a una gravità rovesciata, l’intenzione non era fuga verso la conclusione, bensì procedere verso una nuova destinazione.
La trasformazione è riverberata tutto il giorno, nella piazza, a partire dagli invitabili capannelli di “umarells” formatisi in mattinata. Gli anziani della città, accanto al cantiere, a borbottare e commentare, alla prima di molte richieste di aiuto per sollevare un livello, si rimboccano le maniche, aprono il sorriso e corrono in soccorso. Dopo mezz’ora, li ritrovo poco più in là, a ricordare le gesta epiche di poc’anzi: “… e poi ha detto 1,2, 3… e mi sono spostato, che sai, il mio braccio… ma tu non avevi capito, eh… pensavo fosse più pesante… ma se pieghi il ginocchio così, vedi, è meglio, me l’ha detto la signorina…” (e la “signorina” è una delle intraprendenti coordinatrici del cantiere, le uniche che non subiscono trasformazione nella giornata: il loro sorriso, la loro attenzione e la loro energia non conoscono flessioni). In serata, per gli ultimi sollevamenti, mi trovo accanto alcuni di loro. Sono ormai “veterani” del cantiere. Istruiscono i nuovi arrivati, ripetono le istruzioni, mostrano le posizioni. Con affetto e competenza.
Per tutto il giorno, chiunque abbia due braccia ha anche in mano un rotolo di scotch, e lo usa con dedizione, partecipando al consolidamento. Alcuni gruppetti si affezionano a un angolo in particolare, e lo tirano su come se fosse casa loro. Su alcune pareti si riconosce una tecnica ricorrente di scotchatori. Ma mai, nemmeno una volta, ci si intralcia, sovrappone, irrita o prevarica. Nessuno è competente, ma strappo dopo strappo, sollevamento dopo sollevamento, tutti lo diventano un po’. Senza accorgersene. Quando cala la notte, e l’edificio è completo, tutti indugiamo nei dintorni di questa nuova “casa nostra”.
Quando, il giorno dopo, Antoine procede con la nuova scalata per staccare un pezzo da consegnare, simbolicamente, a Raffaele Pentasuglia, capo-costruttore del carro per la Festa della Bruna (googlate, e non perdetevela a Luglio), e dopo la sua discesa si dà il via alla distruzione, il percorso si compie.
Anche coloro che fino alla sera prima, davanti alla meraviglia dell’architettura che fremeva di luce riflessa sui pezzi di scotch, esprimevano disappunto per la sua fine imminente e prematura, comprendono e partecipano. La distruzione è processo in divenire, non cancellazione. Il crollo, la festa di salti e schiacciamenti di cartone, gli strappi, i feticci (molti segnati da scritte affettuose) da portare a casa, il rito collettivo che questa volta coinvolge anche gli ultimi arrivati, che non capiscono bene da dove si arrivi, ma intuiscono dove si potrebbe andare e salgono a bordo con entusiasmo. Tutto torna.

Lo so, sono un’inguaribile romantica e come osservatrice tendo a farmi trascinare dalla commozione, ma mentre guardavo (e sollevavo, e scotchavo e gioivo) io questo filo rosso, che ha legato Olivier, Antoine, i cittadini, l’organizzazione di Matera 2019, l’architettura di cartone, il progetto di oggi e quello del 2019, e ancor più il futuro dopo il 2019, l’ho visto brillare.
Ho visto un progetto che chiama le persone a partecipare, a fare un cammino comune, a farsi guidare in una creazione collettiva che, finita la festa, lascia non solo un segno, ma una competenza “professionale” e, soprattutto, sociale inestimabile.
La festa/test del -1 era una metafora di ciò che ci si propone per questa città. Io tornerò, speranzosa ed emozionata, a osservare i prossimi passi.

In tutto questo, l’unico che ci fa una figura meschina è il mio cellulare: fa foto pessime. Mi (vi) ricorda che la cosa migliore, sempre, è esserci e partecipare.

L’amore cerca casa!


Ve lo siete goduto lo scorso anno, ritorna, implacabile come Febbraio, l’unico spettacolo in grado di confondervi ancora di più le idee sull’amore!
L’AMORE. NON SI CAPISCE.” Monologo partecipativo (?!), farcito di letteratura e situazioni deliranti, ha già due date programmate (Luna’s Torta, Torino – Ristorante Giallozucca, Mantova), ma…
cerca altri luoghi accoglienti e bisognosi nel mese più critico per romantici, disillusi, quelli in continua ricerca, quelli che non hanno più bisogno di cercare, quelli che manco morti.

Avete un luogo da segnalare?
Volete accoglierlo nel vostro locale/appartamento/programma?
Scrivetemi, a questo (solo a questo), so rispondere!

Controtendenza: riflessioni di una Lettrice professionista

L’annuale statistica sulle abitudini di lettura ha prodotto il consueto profluvio di considerazioni e opinioni su lettori, scrittori, editori, mercato, marketing e chi più ne ha più ne metta. Tutti a cercare un colpevole. Tutti a rimarcare differenze e sciorinare certezze.
Nel piccolo della mia pratica di Lettrice anomala, vi offro la mia esperienza.

Mi dico anomala, perché io stessa sono incuriosita dal procedimento singolare che opero nei confronti della letteratura. Potrei paragonarmi a uno di quei cercatori del Klondike. China con un setaccio, sulla riva di un fiume, a cercare pietruzze. Non in una miniera, sperando di incontrare la vena una volta per tutte, bensì pazientemente filtrando acqua e sabbia per estrarre sassolini. Può capitare di trovare una pagliuzza d’oro, che gioia. Ma non scarto quarzi, pirite, minerali bizzarri e rocce dalle forme inconsuete e origini misteriose. Ho la fortuna di avere un setaccio efficiente, costruito e modificato con perizia e la collaborazione di altri professionisti capaci, quindi la sabbia inutile scivola via facilmente. Non me ne curo. Non ne misuro il peso, la quantità, la fatica. So che il greto del fiume è composto in gran parte da quella. Il mio lavoro è raccoglierla e lasciarla andare. La mia attenzione, sempre viva, è su altra sostanza. Anche in palate grossolane e pesanti, che altri scarterebbero, il mio occhio scorge quel frammento anomalo, quell’intuizione feconda che, aggiunta alla mia collezione, può moltiplicare le possibilità di relazione.

Sì, perché, uscendo dalla metafora, le pagine e le idee che estraggo dai libri che leggo, formano un campionario formidabile di suggestioni per comunicare con il mondo esterno. A volte, anche in un libro non eccezionale, ma onesto, si nasconde quel punto di vista che mancava, quell’unica idea che perfettamente si accoppia con la domanda della persona che mi aspetta. Riempio librerie e scatole di soggetti e angoli della mia mente con i tesori che sono stati nascosti fra le pagine. Un lavoro di pazienza, il mio, premiato sia dal libro eccezionale che da quello imperfetto, se entrambi, lo ripeto, frutto onesto di una ricerca e del dono di qualcosa che prima non c’era.

Questo è il mio lavoro, anomalo, che dà un senso al mio leggere senza che debba pormi la domanda.

Dunque, forse, dal mio punto di vista, ogni polemica è inutile. Conviene forse allargare l’orizzonte sull’uso che si fa della pagina (nel produrla, nel diffonderla, nell’assumerla), valorizzandola e assumendosene la responsabilità, ognuno nel suo ruolo, ognuno per sé. Prima di decidere come modificare il senso che ha per altri. Così, credo, le si fa il miglior servizio e si produce, senza accorgersi, il cambiamento.

Una Lettrice sotto l’albero: regalami per Natale

Scrivete che volete capire, e quindi ecco qui VIDEO-TUTORIAL per tutto quello che avete sempre voluto sapere, e mai osato chiedere sul REGALO DEFINITIVO!

E se volete sapere a chi potrebbe piacere “1 Tè e 4 Chiacchiere” con La Lettrice Vis à Vis, vi faccio una breve lista, prendendo spunto da chi già ne ha goduto:
-persone solitarie e meditabonde: li rifocillate di stimoli, senza invaderle
-persone curiose e originali: per loro, a cui tutto è già stato regalato, un’esperienza a tu per tu è la vera sorpresa
-fuori-sede, ex-pat, migrati: la lontananza si supera con un clic e un paio di pagine affettuose
-dialettici e ricercatori: nella valigia della Lettrice scoprono il punto di vista che mancava
-lettori forti e non lettori: gli uni e gli altri fanno esperienza delle pagine usate come non sapevano
– persone alle quali avresti voluto regalare un libro o dire qualcosa, ma ti fidi di me perché sia il libro e la cosa giusta.
-tutti quelli che pensi possano esserne contenti quanto te, se mi hai già incontrata.
Info e prenotazioni, come sempre su lalettricevisavis@gmail.com

Selfie con l’Autore

Dalla presentazione di “La Locanda dell’Ultima Solitudine”, con Alessandro Barbaglia alla Luna’s Torta galleria, fotografica per utenti dotati di immaginazione.

Ci siamo divertiti un casino. Si vede, no?
Nella prima immagine ci sono io, pochi minuti prima della presentazione, che mi accorgo con orrore di aver lasciato sulla scrivania di casa 2 copie 2 (ristampa di sicurezza) della scaletta con l’ordine forsennato del montaggio di 18 frammenti sparsi del libro. Quindi mi metto a rifarlo a matita e a memoria, come una studentessa prima dell’interrogazione. Ansia.
Nella seconda immagine, si ride. Per ogni domanda che porgo ad Alessandro Barbaglia, lui risponde con aneddoti esilaranti, ricordi infantili, memorie da libraio, curiosità, regali, sorprese. Non una banalità una. Generosità, tanta.
Nella terza foto, il pubblico porge domande preziose, importanti, pregnanti.
Nella quarta, Alessandro ci regala le “istruzioni per l’uso della locanda dell’ultima solitudine”, saluta, firma e abbraccia tutti, mentre Uzzi sorride felice.
Manca la foto della sottoscritta che pedala estatica verso casa, ma vi lascio immaginare.

10 minuti “eroici”

Foto: Ian Deady

Ieri sera, per dieci minuti dieci, sono accadute contemporaneamente: una cosa cui ambisco, una cosa che conosco, una cosa che non prevedo.
Un cosa cui ambisco: disporre davanti a me i pezzi dell’esistente, e mettermi al lavoro ricomponendoli, e lasciando che si ricompongano, in una forma che prima non c’era. Aspettare curiosa di vedere cosa ne uscirà. Per ieri sera, i pezzi lavorati sul tavolo nell’ultimo mese erano: le pagine che ho scelto in 11 libri di altrettanti autori presenti nel festival Borgate dal vivo, quest’estate; le strofe di “Heroes” di David Bowie; la voce, il carattere e la presenza di Saulo Lucci; il pubblico in ascolto.
Una cosa che conosco: la sensazione che, quando i pezzi hanno trovato il loro posto, tutto abbia per me effettivamente senso. E che il mio solo interesse, mentre sfoglio pagine, alzo lo sguardo sulle sedie occupate, mi volgo verso la musica, mi perdo appena nelle parole… il mio solo interesse sia condividere questo senso. E che sia possibile farlo, perché il senso c’è.
Una cosa che non prevedo: che tale sia la fiducia nell’attore/musicista con cui dialogo, nel testo che ho costruito, nei tecnici che hanno promesso di prendersi cura della mia voce e della richiesta di poter guardare il pubblico negli occhi, nell’affetto e nell’attenzione che da quel pubblico (da alcuni, in particolare) sento arrivare intensamente… che per la prima volta, sul palco delle OGR mi sento comoda, mi prendo tutto il tempo, con voce e corpo, mi lascio andare e me la godo (e faccio godere) al meglio. Amo il racconto che sto porgendo, la canzone che vi si intreccia, la musica che lo sostiene, lo spazio immenso davanti a me che lo accoglie amplifica e custodisce, gli occhi e le orecchie che lo trattengono, avvinto.
Si può essere eroi, anche solo per 10 minuti. Grazie, Saulo, che mi hai accompagnato nel provarci.

Nota: a causa del ritardo accumulato, non ho potuto citare sul palco gli autori inconsapevoli grazie ai quali ho costruito il mio racconto. Eccoli, in ordine di “apparizione”: Paolo Di Paolo (“Vite che sono la tua”), Enrico Camanni (“Alpi ribelli”), Cristiano Cavina (“Fratelli nella notte”), Andrea Roccioletti (“Diranno di me”), Paolo Cognetti (“Le otto montagne”), Matteo Caccia (“Il silenzio coprì le sue tracce”), Claudio Morandini (“Le pietre”), Alessandro Barbaglia (“La Locanda dell’ultima solitudine”), Katia Bernardi (“Funne, le ragazze che sognavano il mare”), Enrica Tesio (“Dodici ricordi e un segreto”), Silvia Greco (Un’imprecisa cosa felice)

RISE UP! Musica e Parole per Castelluccio di Norcia


Domenica 29 novembre, ore 20.30, alle OGR – Officine Grandi Riparazioni (Torino), l’appuntamento è con un grande cast di autrici, autori, musiciste e musicisti, riuniti dal Festival Borgate dal Vivo intorno al tema della rinascita.
Ospite della serata, condotta da Sara Zambotti (Caterpillar, Radio2) è l’Onlus “Per la Vita di Castelluccio”, che a un anno dal sisma che ha sconvolto il territorio, testimonia una volontà indomabile di ripresa.
Moltissimi gli ospiti, che incroceranno contributi originali di parole e musica, sul palco della Sala delle Fucine. Li vedete qui, nella galleria di immagini con cui si presentano: Nicola Lagioia, Adriano Viterbini, Ascanio Celestini, Riccardo Sinigallia, Laura Arzilli, Talking Strings Duo + Ares Tavolazzi, Daniela Mattalia, Antonella Lattanzi, Elena Varvello, Giulia Blasi, Michele Petrucci, Giorgio Mirto, Tommaso Cerasuolo, Federico Sirianni, Elisabetta Bosio, Federica Perego

Ci sarà anche la Lettrice Vis à Vis, che proporrà un viaggio singolare fra le pagine degli autori del festival appena concluso, dialogando con voce e suoni di Saulo Lucci.

Per partecipare, questi gli indirizzi utili:
prevendita Live Ticket
crowdfunding Eppela
info Borgate dal Vivo
La biglietteria sarà aperta anche sul posto, prima dell’evento.

Regala 1 tè e 4 chiacchiere Vis à Vis!


Signore e Signori, dopo il grande successo dello scorso anno, torna disponibile il REGALO più personale che ci sia.
Le scatoline che contengono un “VALE” per un incontro vis à vis con la Lettrice sono oggi PRENOTABILI e ACQUISTABILI
inviando una mail a lalettricevisavis@gmail.com.
Regalate a chi amate 1 tè e 4 chiacchiere su misura,
le pagine giuste e una trentina di minuti indimenticabili.
A domicilio, su Skype, alla Luna’s Torta, come vi piace.
Il vale non ha scadenza, ma è meglio prenotare per tempo per consentirmi di soddisfare tutte le richieste di recapito (specialmente se entro Natale).
Regalate un punto di vista, una prospettiva, una sorpresa.
Qualcosa di veramente personale!

Foto: Ian Deady

La Guerra dei Murazzi + Lettrice + dj set Pippo Frau: invito alla festa con Enrico Remmert

IQOS Embassy
(Via Porta Palatina 23/b, Torino)

Giovedì 16 novembre 2017
dalle 19.30

ENRICO REMMERT «LA GUERRA DEI MURAZZI»
con la Lettrice Vis à Vis / Chiara Trevisan
+ dj set Pippo Frau

aperitivo + incontro + dj set

ingresso gratuito
(riservato ai maggiori di 18 anni)

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Un libro bello vi fa sentire nostalgia per posti in cui non siete stati,
responsabilità per azioni che non avete compiuto, tenerezza per persone che non conoscete.

«La guerra dei Murazzi» di Enrico Remmert è un libro bello, un tuffo nel passato, un viaggio intorno al mondo, una memoria condivisa, una festa.
Lo scrittore torinese intreccia generosamente il proprio sguardo con quello di lettori e amici, in un’occasione intensa e informale,
come il suo libro suggerisce.
Ad accompagnare l’Autore e gli ospiti in una originale conversazione fra storie, ricordi, aneddoti, luoghi,
sarà Chiara Trevisan, La Lettrice Vis à Vis, esperta nel trasformare le pagine dei libri in qualcosa di veramente personale.
In un incontro che alternerà performance, conversazione e interazione con gli ospiti,
«La guerra dei Murazzi» sarà l’occasione per ricordare le cose che abbiamo in comune.
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Al termine dell’incontro, la festa prosegue con un dj set a cura di Pippo Frau, storico dj di Giancarlo, per farci ballare con la musica dei Murazzi che furono.

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ore 19.30 Welcome in Embassy
ore 20.30 Enrico Remmert + Chiara Trevisan, La Lettrice Vis à Vis
dalle ore 21.30 Pippo Frau dj set
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Con l’occasione, ai fumatori adulti interessati verrà presentato IQOS, il sistema rivoluzionario sviluppato da Philip Morris International.

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Si tratta di un evento a invito – per partecipare scrivere a tothesuite@gmail.com entro martedì 14 novembre 2017 o un sms al 339 8828773

#nonrecensioni: batterie scariche per le Ragazze Elettriche


(#nonrecensione realizzata con il prezioso contributo di Ian Deady)

Dopo due colpi al cerchio, eccone uno alla botte.
Non vorrei creare malintesi, tipo che di mestiere io recensisca, o che qualcuno mi chieda di farlo, o che mi paghino per farlo (di qui, i miei giudizi positivi). Io leggo tantissimo, un’enormità. Scrivo quando ne ho voglia e solo di ciò che mi fa venire voglia di aggiungere la mia opinione alla moltitudine. Di solito, non perdo tempo a esprimermi su ciò che NON mi piace, preferisco argomentare a proposito di ciò che mi piace.
Poi ci sono le eccezioni. In genere quando la perplessità supera una certa soglia. Come in questo caso.
Oggi scrivo di un libro che non mi è piaciuto. O meglio, non mi è piaciuto quanto è piaciuto a voi. O, ancora più precisamente, mi ha delusa.
Premetto che di “RAGAZZE ELETTRICHE” (Naomi Alderman, Nottetempo), prima di prenderlo in mano, avevo ignorato tutte le recensioni più o meno paludate, l’endoresement di Margaret Atwood alla scrittrice (di cui è stata, per altro, mentore) e le opinioni di chiunque. A parte quella di una scrittrice che stimo e di un lettore competente: l’una lo consigliava vivamente, l’altro me l’ha inserito con proprietà nel canone cui appartiene, fornendomi i necessari riferimenti di fantascienza che mi mancavano.
Dicevo, mi ha delusa. Avevo aspettative, non lo nego. Le premesse, fino a quasi metà libro, c’erano. Poteva essere un libro realmente esplosivo, politico, dirompente, sorprendente.
Invece è prevedibile e a tratti noioso, fino a diventare deprimente per la mancanza di alternativa che propone, l’assenza di sfaccettature, di movimento dei personaggi, di evoluzione, maturazione, reale scardinamento del luogo comune.
Un libro di fantascienza che non assolve al suo compito, limitandosi alle premesse di una realtà alternativa e restituendo, viceversa, la proposta di una realtà semplicemente speculare.
Bastava un racconto breve, per fare questo esercizio. Una frase, forse. E molti meno osanna.
Un clichè dopo l’altro, ogni personaggio mette semplicemente in scena uno stereotipo riflesso allo specchio, cosa ben diversa dal ribaltarlo.
Non c’è niente di disturbante, in questa visione di femmine con potere, non c’è nemmeno un conflitto reale, insanabile, pungente per il lettore, fra la tensione a essere diversi e la resa nel ritrovarsi uguali.
Piatto, prevedibile, abbastanza inutile. Scorrevole, forse, come una cosa di poca importanza.
Che peccato.

#nonrecensioni: Eva e la madre di Eva


Silvia Ferreri, “La madre di Eva“, Neo Edizioni

Non aspettatevi una recensione. Da me, lo sapete, potete avere solo impressioni di lettura, al massimo suggerimenti d’uso. Quindi prendete questa pagina come uno degli strumenti da mettere nella vostra cassetta degli attrezzi, se volete.
Lo scomparto potrebbe essere quello “esplorazione di genere”, il femminile, il maschile, il confine percepibile fra essi e il nocciolo interno.
L’uso è quello di fare da guida nella comprensione e nella descrizione di cosa sia una donna, anzi due, e cosa possano diventare, quanto siano disposte a trasformarsi, l’una e l’altra, per accumulazione e sottrazione, fino a riconoscersi persone.
La madre di Eva racconta la femminilità per accumulazione, ripercorrendo le tappe di relazione con l’essere che ha generato (e con se stessa), dalla nascita al momento presente.
Al tempo stesso, lo fa per sottrazione, con la scarnificazione metaforica della femminilità vista come insostituibile forma di legame con la figlia, che lascia il posto, giunti all’osso, al legame fra individui.
Nel frattempo, oltre le porte di una sala operatoria, avviene la scarnificazione vera del corpo della giovane figlia, che sta cambiano sesso, sta dando al proprio corpo l’aspetto della persona che ha sempre contenuto.
Il racconto, che dura diciotto anni e il tempo dell’operazione che trasformerà Eva in Alessandro, è feroce, tenero, umano. Non risparmia le ombre, per gettare luce. Non fa sconti all’idea, o meglio l’ideale, del legame tra madre e figlia fatto di carne che riconosce altra carne e che viene sconfitto dal reale. A nulla serve combattere, si è già combattuto, lo hanno fatto anche altri e hanno perso. Serve ascoltare. E riconoscere, pur faticosamente, dignità e realtà a un altro modo di essere.
Il romanzo di Silvia Ferreri è dirompente, politico, illuminante. Rivela aspetti del femminile, e per paradosso del maschile, in una chiave che supera le ovvietà, va al nocciolo, senza pietà. Ma con un grado di comprensione che ne fa, come dicevo, uno strumento efficace di sospensione del giudizio e negoziazione del compromesso come punto di partenza per una nuova visione (e relazione). Una lettura impegnativa, per una donna, madre di figlia, come la sottoscritta (per quanto, non solo a tale categoria destinata). Mi ha costretta a confrontarmi con interrogativi che lasciavo volutamente in sospeso. Mi ha addolorata, a tratti. Spesso commossa. Infine lasciata differente da come mi aveva trovata.
Ringrazio sempre, per avere il privilegio di incontrare libri così.

#nonrecensioni “4321” di Paul Auster

La lettura più appassionante da anni a questa parte. Di quelle che ti fanno dimenticare la caffettiera sul fuoco, i bambini a scuola, le scadenze di lavoro, il ticchettio dell’orologio la notte, la fame, il sonno, l’esistenza di vita fuori dalla pagina (se non quella condivisa con gli altri lettori, con i quali ti confronti spasmodicamente sul numero di capitoli, l’avanzamento della storia, i trucchi scoperti, le genialità svelate).
Insomma, difficile capire se si tratti di una grande opera letteraria o di una possessione diabolica.

Comunque, l’ho finito!
4321” di Paul Auster (Einaudi) a chi può piacere?

A chi ama una o più delle seguenti categorie:
– i romanzoni lunghi, ma anche i racconti brevi (in 940 pagine ci sono entrambi)
– un personaggio a cui voler profondamente bene (ero tentata di scrivere “persona”, ma perché lo capite solo leggendo)
– la storia americana tra anni ‘40 e anni ’70: società, politica, l’individuo e la moltitudine, cause ed effetti (se vi sembra trito e ri-trito, fate in tempo a ricredervi)
– famiglia, amicizia, amore, ideali, integrità, letteratura, cinema (non manca niente, ma niente proprio)

E fin qui gioco facile.

Ma anche a chi appartiene a queste, di categorie:
– solutori di cubo rubik letterari
– persi nei labirinti
– desiderosi di essere sedotti e raggirati con indizi abilmente camuffati
– disponibili a stringere il patto di alleanza e fiducia fra scrittore e lettore: il divertimento e l’intelligenza dell’uno al servizio del divertimento e dell’intelligenza dell’altro
– aspiranti scrittori di qualunque genere (romanzieri, poeti, drammaturghi, giornalisti, cineasti), purché saldi nella propria convinzione. Il libro è strapieno di strumenti, ma sono anche usati così bene da mettere alla prova il coraggio di ogni esordiente.
– compilatori di liste (se non vi bastano le 940 pagine, Auster suggerisce un altro centinaio di libri e film che vi impegnano per il resto della vita)
– maniaci compulsivi dello spoiler (spicciate casa a Auster, sappiatelo. Prendete lezioni da lui!)

Potrei dire di più, ma vi rovinerei il gusto. Ho detto pure troppo.
Si formeranno a breve dei circoli di adepti che si troveranno per commentare, ridere, godere dell’esperienza fatta, e soprattutto per gestire la crisi di astinenza inevitabile, terminata la lettura. Segnatevi nel post, se volete partecipare. Siamo solidali fra noi.

Portici di Carta e carretti

Anche quest’anno, SABATO 7 e DOMENICA 8 ottobre, in Piazza San Carlo (Torino) troverete il salottino della Lettrice Vis à Vis – Chiara Trevisan.
Nel suo carretto colmo di libri troverete la pagina giusta per la persona giusta. Suonando il campanello e varcando la soglia immaginaria, potrete approfittare, in pochi minuti, di un tête-à-tête di conversazione e lettura dedicata che illuminerà la vostra passeggiata nella libreria più lunga d’Italia.
Punti vista, prospettive e sorprese. Qualcosa di personale, rigorosamente per un ospite alla volta.

Il vantaggio, questa volta, sarà che se le parole che vi sussurrerò vi avranno incantati, potrete cercarle agevolmente in una delle postazioni delle moltissime librerie che arrederanno il centro della città, da Piazza Castello ai portici di Via Sacchi e via Nizza.
Ogni libraio ed editore ospiterà autori, illustratori, amici, in una due giorni di letteratura a portata di mano e di chiacchiera. Senza contare i numerosi eventi che potete trovare nel programma della manifestazione.

Venite e fatevi riconoscere!

Una Lettrice sulla Luna’s

Ve lo immaginate? Andare così lontano, una domenica al mese, per trovare chi vi fa tornare più vicini a voi stessi?
Non temete: potere dell’immaginazione, la Luna è a portata di mano!
In via Belfiore 50 (Torino), per la precisione, a partire dal 1 ottobre, un brunch-anti-broncio al mese con La Lettrice Vis à Vis, che allestisce il suo carretto nell’abbraccio della libreria torteria Luna’s Torta.

Ogni mese un tema diverso, per accompagnare le stagioni.
Ogni mese “1 libro in 10 minuti” ad aprire la giornata, per assaggi letterari e gastronomici rinvigorenti.
A seguire, un paio d’ore vis à vis, uno alla volta, per trovare a pagina giusta per la persona giusta.

Continuate a viaggiare, venite sulla Luna. Vi aspettiamo!

Diario #inviaggioversolaletteratura / Asti: viaggiare è una questione di metodo


Ho deciso che i miei spostamenti di lavoro verso gli appuntamenti letterari meritino, d’ora in poi, la stessa attenzione che ho dedicato a quello sardo. Anche sull’isola avrei potuto semplicemente raggiungere la meta. È stata una mia scelta comprendere in essa il passaggio. Quindi, alè, si ricomincia.
Oggi una trentina di km verso una cascina nascosta nel centro di Asti, inglobata dalla città che le è stata costruita intorno, ma suggestiva come se fosse in aperta campagna.
Sono costretta a prendere l’autostrada perché mi muovo in ritardo, ma non rinuncio ai miei 90km/h e a guardarmi attorno.
Complice una stazione radio che trasmette musica country-rock, appena raggiungo le colline vengo catapultata letteralmente on the road. L’antropormofizzazione impera. È necessario uno sforzo di sottrazione. Levare i tralicci elettrici, i tetti, gli edifici squadrati, i capannoni. Levare le recinzioni persistenti (la proprietà, il diritto di proprietà, l’ossessione della proprietà, levare), levare auto, camion, moto. Levare comignoli e antenne paraboliche. Levare.
L’occhio si allena in fretta a vedere ciò che resta. Le vigne che cominciano ad arrossire. I campi mietuti di fresco, quelli arati, quelli messi a risposo. I segni dell’autunno che si prepara. Alberi che virano dal verde al giallo all’arancione. La terra gialla battuta dal sole, poi rossa spruzzata di erba. Cavalli che pascolano. Due bambini che guardano il cielo. Guardo anche io. Vedo il cielo.
Ho nostalgia di piazzole, stradine, tempo per fermarmi. Ma prendo questi pochi chilometri e li faccio diventare una storia da raccontare fra una pagina e l’altra a chi verrà a sentirmi oggi pomeriggio. Aggiungendo un viaggio ai molti che porto nascosti nei libri del mio carretto.

Rinnovo il suggerimento: Julio Cortazar-Carol Dunlop “Gli Autonauti della Cosmostrada” (Einaudi)

Segnalazioni, #nonrecensioni e appuntamenti: “La guerra dei Murazzi”

Oggi vi segnalo un libro bello. Ma proprio bello.


Cos’è un libro bello, per me? Ve lo dico, così fate la tara:
è quello che mi fa sentire nostalgia per posti in cui non sono stata, responsabilità per azioni che non ho compiuto, tenerezza per persone che non conosco.
E “La guerra dei Murazzi” di Enrico Remmert (Marsilio) tutto questo lo fa. Bene. Con bellezza. Aggiungerei, colmando una necessità.
Niente di ombelicale, nulla di autoreferenziale (si capisce, no?). Una scrittura varia e limpida, voci diversi e panorami mutevoli, tenendo sempre il timone dell’onestà. Una riflessione su chi siamo oggi, a partire da cosa abbiamo attraversato ieri, che viene porta con gentilezza. Cosa rara. Con una capacità di comprensione ed empatia che rendono la sospensione del giudizio qualcosa di più di un esercizio. Una benevolenza niente affatto gratuita, salvifica invece.
Enrico sta per partire per un rocambolesco giro di presentazioni. Se volete stare bene, vi consiglio di leggere il libro appena uscito. Andare ad incontrare l’autore sarà un piacere di cui non vorrete privarvi.

Se volete farlo, la prima occasione è questa:
Venerdì 22 settembre, alle 13, presso la Libreria Il Ponte sulla Dora di Torino, Enrico brinderà in compagnia di nove autori (Nicola Lagioia, Alessandro Barbero, Enrico Pandiani, Dario Voltolini, Margherita Oggero, Paola Cereda, Massimo Tallone, Alessandro Perissinotto e Elena Varvello), La Lettrice Vis à Vis e tutti coloro che vorranno festeggiare la prima tappa di un lungo e felice giro di presentazioni.

1 libro in 10 minuti

Si può raccontare 1 libro in 10 minuti (o poco più)?
Si possono usare quasi solo le parole dell’autore, smontando il testo, frammentandolo, ricostruendolo in un racconto che segua un filo di senso, un’idea? Si possono intercettare più lettori, più gusti, dando voce alle diverse sfumature del testo e della lingua? Si può dire abbastanza senza dire troppo? Si può offrire uno strumento versatile che possa essere racconto, sinossi, presentazione in assenza di autore, accompagnamento a una presentazione, suggestione per un dialogo, promozione della lettura, a seconda della necessità?
La Lettrice Vis à Vis ha pensato che tutto ciò fosse possibile, in pochi minuti, di persona o in video.
E’ nato così il format “1 libro in 10 minuti”.
Vi propongo qui gli ultimi tre testi lavorati in occasione delle presentazioni durante il Festival Borgate dal Vivo 2017 (video e montaggio di Edoardo Pivi).
Buona lettura.

“La Locanda dell’Ultima Solitudine”, Alessandro Barbaglia (Mondadori)

“Le pietre”, Claudio Morandini (Exòrma Edizioni)

“Un’imprecisa cosa felice” estratto, Silvia Greco (Hacca Edizioni)

Diario #inviaggioversolaletteratura Sardegna II parte

8 settembre / Tra Piscinas e Cagliari: cosa vi siete persi.
Niente foto. Solo qualche parola. Perché gli occhi non sono abbastanza, e allora vi dovete accontentare di questo.
Non supero i 50km/h, spesso vado più piano. Il paesaggio mi colpisce sguardo, orecchie, naso e sensibilità al ritmo di un caleidoscopio. Ogni tanto mi fermo, incredula.
Di seguito: dune, boschetto, il canyon erboso e selvatico, la montagna improvvisamente sventrata dalla mano umana, la miniera, la miniera fantasma, la città fantasma, salita fra gli oleandri, il paesino di pietra con ombre di medioevo, curve a gomito, pinete sterminate, l’altopiano, scampanellio insistente, ancora campanelli, mucche (enormi, rosse, con campanelli, con grandi corna… buoi! Chiara, sono buoi!), campi falciati no mangiati (capre, Chiara, sono state le capre), una città, perdersi perché si guardano tante case all’improvviso invece delle indicazioni, curve per scendere veloci, pianura, perdersi in un altro paese, approfittare per un caffè e per farsi prendere bonariamente in giro dal barista che dà indicazioni, prendere la strada dritta, anonima, civile, via via industriale che porta veloce a Cagliari.
Arrivare, in una città che è tutta un ripartire.
Ogni 10 km un universo distinto. Desolato, sovraffollato, aspro, accogliente, tagliato da una luce che si ammorbidisce dove l’uomo è assente e rivela con crudeltà il di lui intervento.
Sono grata a questo viaggio, e al tempo solitario che mi posso prendere, perché non c’è un istante privo di senso.

Cagliari: in cerca di anime
In cerca di anime.
La prima giornata cagliaritana è dedicata ai sopralluoghi. Quattro quartieri da perlustrare in cerca di angoli e piazzette da battere tutta la giornata di sabato con il mio carretto per incrociare le pagine del Festival con gli abitanti inconsapevoli della città.
Sono stata affidata alla guida di Cristian, proto-Virgilio scelto per la gentilezza e la profonda conoscenza del territorio.
Quella che doveva essere una semplice passeggiata topografica di trasforma in breve in un’immersione antropologica. Gli strati umani si rivelano fra le pietre, Christian mi racconta com’è vivere a Cagliari, me ne mostra le contraddizioni attraverso la trasformazione di bastioni in case. Poggia la mano con me su antiche iscrizioni, complice nell’ascolto del materiale. Mi parla della sua idea di viaggio come veicolo di conoscenza, crescita, condivisone, per ampliare la vista tornati a casa.
Rimasta sola, mentre consumo una cena deliziosa sotto le palme, rifletto sulla giornata che mi aspetta. Sarà difficile, indubbiamente. Convincere i cagliaritani ad avvicinarsi, a fidarsi di me, sarà un’impresa. I luoghi sono magnifici, ma le persone hanno bisogno di tempo e delicatezza, lo so. Sarà una bella prova, curiosa. Ma la affronterò con accanto questo Virgilio solidale, con il quale condivido spirito e intenzioni. Sarà comunque una giornata fortunata.

Incontri: Ivano Porpora


Al primo incontro fra uno degli autori punta del Festival e la Lettrice, entrambi hanno stabilito di essere molto più belli di persona che sui social. L’unico modo per verificare è partecipare all’incontro previsto all’Hostel Marina di Cagliari domani. Ci sarà anche Daniele Zito, e non abbiamo idea di cosa uscirà da questo abbagliante triangolo. Vedere per credere.

 

9 settembre / Hai voluto la bicicletta? Pedala!

Il carretto pieno di libri (40kg!) è stato trascinato fino in cima alla salita di Via Manno. Il salotto è allestito. I cagliaritani sono perplessi e curiosi. Io ce l’ho fatta, spero l’impresa riesca anche a loro…

Cagliari: portare i libri in strada

Mattinata assolata in Piazza Costituzione, pomeriggio di “struscio” in Via Manno. Nel mezzo, pedalare e spingere a mano bici e carretto stracarichi sotto lo sguardo incuriosito, solidale, complice, perplesso, di abitanti e turisti.
Le locandine del Festival e le mie lavagne invitano a scoprire che genere di viaggiatori siamo, attraverso pagine letterarie inaspettate.
I curiosi si fanno raccontare un libro, chiedono un suggerimento, mi raccontano il loro viaggio personale, si ritrovano in un’idea di movimento non lineare. Si parla di arte, famiglia, lavoro, sradicamento, paure e strategie di sopravvivenza.
Non sono moltissimi, a fermarsi, ma tanti guardano, sorridono, prendono nota. So che, se tornassi, con il tempo che è loro necessario per trasformare un desiderio in necessità, mi verrebbero a cercare.
Chi entra nel mio salottino stupisce, sorride, ringrazia. Sono un corpo estraneo in una città che sembra disegnata per l’arte di strada, ma nella quale, come mi dice un musicista in erba, l’arte di strada è un corpo estraneo.
Oggi il tempo è incerto. Il salottino è fisso nella corte dell’Hostel Marina. Io attendo, insieme agli autori, i prossimi viaggiatori.

Tema: descrivi il Festival Internazionale della Letteratura di Viaggio
Svolgimento:

10 settembre / La noia delle presentazioni letterarie:

Siamo ai blocchi di partenza! Daniele Zito e Ivano Porpora si racconteranno a vicenda i loro libri. Io? A me hanno dato il ruolo di “disturbatrice”.
Quello di “valletta” era già preso (grazie al cielo!)

Il Viaggio e il Festival

Un Festival che parla di viaggio, e lo fa in senso stretto e lato, attraverso letteratura che indaga l’identità in movimento a 360°, va da sé è un viaggio in sé.
Ti fa partire prima di mettere in moto, ti accompagna mentre sei ancora per strada, ti accoglie con un tetto amorevole, un abbraccio, un piatto caldo e molti sorrisi. Ti mette accanto persone con cui è piacevole il transito, ti aiuta a portare i bagagli e accetta il tuo aiuto per i propri. Prende mentre dà, dà mentre chiede, scambia, partecipa, e chi guarda non può fare a meno di trovare un varco, un posto, e aggregarsi alla comitiva. Poi, quando riprendi la tua strada verso casa, continua a seguirti.
Lascio Cagliari, Patrizio, Tania, e tutti gli altri. Ma loro non lasciano me. Grazie.

11-12 settembre / Lincoln è nel Bardo*, Chiara nel sardo.

Curioso accostamento fra resti marcescenti, spiriti dolenti e la luminosità dell’isola.
Invece no. Non c’è lettura più appropriata per il mio ultimo giorno di viaggio.
Prima di imbarcarmi, una settimana fa, ero smarrita, sola, incerta, accompagnata da un senso di cautela che non mi appartiene. Temevo lo sforzo, che conosco, necessario a “restare” nel senso, resistere allo struggimento, vedere il giusto a prescindere dal bello. Aspettare di guarire.
Non ero diversa dalle anime nel Bardo.
Ma, come loro, mi sbagliavo.
Sempre può accadere qualcosa che scombini e ridefinisca. Non fuori, s’intende. Fuori si osserva, si ascolta. Ma la soglia la si attraversa dentro. Trovare pace fra ciò che si era e ciò che non si sarà mai, trarre da questo l’impulso a muoversi, abbracciando l’impermanenza.
Il “sardo” che avete letto nel mio Diario è stato il mio Bardo, che meglio potete gustare nelle pagine di Saunders. E poi, se vi serve, andare.
*George Saunders, Lincoln nel Bardo, Feltrinelli

13 settembre / Verso casa.

 

Colazione con le galline, deviazione per pranzare in Ogliastra guardando il mare dall’alto di una pineta. Letteratura di confine, nelle pause*.
Mi aspetta un traghetto, ma non ho fretta. Scelgo strade secondarie, viaggio lenta, cerco intersezioni di possibilità. Trovo, ancora, più di quello che stavo cercando.
*Marco Truzzi, Sui confini – Europa, un viaggio sulle Frontiere, Exòrma Edizioni

Navigar

Dopo la giornata in the road sono in grado di dire, con assoluta certezza, che insieme al pecorino, il mirto e i culurgiones, la più nota specialità sarda è: “sorpasso in curva su dosso e me ne fotto della linea continua”.
Bizzarro, ma sono sopravvissuta.
Mi imbarco tra poco su questa nave (stavolta mi porta Batman: come lo devo interpretare?) verso l’ultima tappa letteraria, per così dire.
Domattina, infatti, a Genova mi aspetta l’amata Chicca Gagliardo per fare colazione insieme. Non serve dirlo: “Il poeta dell’aria”*ha attraversato anche questo mare, nel mio carretto, e ha incontrato una volatrice sarda. Domani glie lo racconto e la ringrazio.
Ciao ciao, noi si va a navigar!

*Chicca Gagliardo, Il poeta dell’aria, Hacca Edizioni

Diario #inviaggioversolaletteratura Sardegna 2017 – I parte

Chilometro dopo chilometro, ecco qui la I parte della settimana sarda della Lettrice Vis à Vis. Andata e ritorno, con molta calma e attenzione, verso il Festival Internazionale della Letteratura di Viaggio di Cagliari.
Sul percorso: osservazioni, impressioni, pause e piccoli riferimenti letterari che mi hanno tenuto compagnia. L’abbraccio di un Festival eccezionale per accoglienza e coerenza. E il ritorno riflessivo.
Buona lettura.

5 settembre / Lo smarrimento
Dunque, il problema è il seguente:
– l’ultima volta che sono partita per un viaggio ho sbagliato la data della partenza
– l’ultima volta che sono tornata dalla Sardegna ho sbagliato la data del ritorno
– devo partire per la Sardegna
Lo capite il problema, vero? E’ un problema esponenziale.
Avevo organizzato di portarmi una badante. Ma mi ha mollata.
L’unica cosa che mi viene in mente è appicciare la locandina della Lettrice sulla macchina, così se mi intercettate voi sul percorso vi fate riconoscere e vi assicurate che sia (sufficientemente) in possesso delle mie facoltà, nella giusta direzione e, vi prego, nel momento giusto al posto giusto.
Posso contarci?

6 settembre / Carica


La vicina di casa filippina mi chiede: “Cara, traslochi?”
L’ascensore si blocca con dentro tenda e carretto per 45′(fuori budget).
Finisco di caricare e sono pronta per andare a dormire fino a domattina, ma il 42° controllo del biglietto mi dice che devo essere a Genova entro stasera.
Adesso appiccico la locandina della Lettrice e del Festival in vista, perché i millemila libri sono in valigia e quel che si vede ispira un #aiutiamoliacasaloro. Se mi fanno aprire il baule per un controllo, mi sa che il baule li aggredisce.
Sono pronta. E’ viaggio, è letteratura. Hai voluto la bicicletta? Pedala, baby, pedala…


Dopo il licenziamento della badante, avevo bisogno di un segno. Un incoraggiamento per questo viaggio.
E niente: questa è la nave su cui mi imbarco! Alè!

 

 

La navigazione 1
Diciamocelo, per qualunque ragazza nata negli anni ’70, un tragitto in nave evoca una romantica avventura e si manifesta come una realistica fregatura.
Sto parlando (occorre dirlo?), del sogno di trovarsi su Love Boat e la verità di navigare su un camion a elica, perlustrato da capitani tripponi, marinai scazzati, inservienti sfiniti e saccopelisti intrepidi.
Il rumore è quello di un auto-articolato, la temperatura interna scoraggia l’abito da sera, le aree di ristoro scoraggiano la conversazione. TV ad alto volume ovunque.
Cammini per i corridoi occhieggiando il personale e sfogliando mentalmente le pagine di D.F.W.*, perseguitata da immancabile senso di colpa solo per aver pensato, dico pensato, che il gentile marinaio che ti ha indicato la via avesse più dell’interesse di buttarti fuori bordo per la stanchezza.
Non ti puoi permettere un’acqua minerale, figuriamoci un cocktail sul ponte (che poi, tanto, il bar sul ponte è solo nella tua immaginazione). Al tavolo del Capitano, per cena, non sei invitata. Lo guardi e pensi “tanto la cena se la sarà già mangiata tutta lui”.
Non è un cargo diretto verso lo Stretto di Magellano, non è una goletta in cerca di pirati, non è nemmeno un pedalò per inseguire un’alba. È poco più di un pullman, affollato, senza fermate intermedie.
Ah, quasi dimenticavo, niente “mare, profumo di mareeee…”: rimane addosso quell’appiccicume umido che nemmeno nelle paludi.
July, Stubing, Goofy? Dove siete?
*“Una cosa divertente che non farò mai più”, MinimumFax

La navigazione 2
Ho traporti marittimi di ogni genere, nei miei 44 anni.
Traghetti grandi e bagnarole, pescherecci e charter, notti sul ponte a respirare salsedine, sacchi a pelo sdraiati sulla moquette dei corridoi e perfino un sonno in bilico sulla testa dello schienale delle poltrone (braccioli non reclinabili). Qualche cabina, lusso di lavoro e adultitudine. Mi manca la crociera (grazie al cielo).
Ho nella memoria metà della mia vita in cui la folla ammassata su un ponte, tremante e incerta, era quella delle fotografie ingiallite di emigranti verso Ellis Island o Buenos Aires. Poi sostituite dalla immagini patinate che contrastavano la grana feroce dei traghetti dall’Albania, stracolmi, pericolanti, eppure invincibili con il loro carico di disperazione e speranza.
L’altra metà della mia vita, come della vostra, ha subito un’accelerazione. La vedo in fast motion nel moltiplicarsi esponenziale di canotti, barchette, pilotini, corpi, naufragi, salvataggi, recuperi, respingimenti.
Non si può più navigare indifferenti. Salire su un mezzo di trasporto senza chiedersi il senso del trasporto stesso. Guardare i passeggeri senza confrontarli (confrontarsi) con la differenza fra scelta e necessità.
Vale per ogni viaggio. In mare di più. Pensare.

7 settembre / SS131 con fuga

80 km/h, questo il limite di velocità per percorrere la statale che attraversa da testa a coda la Sardegna. Il limite massimo anche per poter viaggiare quasi come fecero Julio Cortázar e Carol Dunlop a bordo del loro Fafner, tra Marsiglia e Parigi. “Autonauti della Cosmostrada” (Einaudi), per i quali il percorso è la meta, non la strada per arrivarci. Come loro, mi fermo ogni pochi chilometri, per scattare foto, prendere appunti, poggiare i piedi per terra e ascoltare cosa ha da dirmi.
Non credo ci siano modi migliori di attraversare questo paesaggio di saliscendi, curve disegnate da un topografo ubriaco, foreste che si alternano a deserti. Il mare che compare all’improvviso, dietro una svolta. E a volte è il mare dentro: bacini artificiali, laghetti, lagune. Perfino un guado da attraversare per raggiungere la meta del campeggio (sfidando la sorte, ma wonder woman è dalla mia parte).
I cipressi qui non sono come a Bolgheri, alti e schietti. Qui sono grassi e spettinati, e si infilano tra una palma, un ulivo, un pino marittimo e una pietraia. Altro che “duplice filar”, sembra che qualcuno si sia giocato ai dadi dove farli crescere. Al caso.
SP49/69/4
Lasciata la Carlo Felice, mi dirigo a sud ovest lungo la costa. Nell’abitacolo, coi finestrini aperti, si azzuffano il salmastro da un lato e lo stallatico dall’altro. La strada è lenta, sconnessa. Qui, anche nei rettilinei, il limite è 30km/h. Mettere un cartello costa meno che riparare l’asfalto disastroso.
Rido, rido davvero quando mi trovo in un paese che finisce sull’acqua. C’è un ponte, una corsia e mezza, che lo collega dopo 800m all’altra sponda di una enorme laguna. “Divieto assoluto di transito”. Chiedo al barista, che mi illumina: “Passi. Lo fanno tutti. Butti un occhio se c’è qualcuno di grosso che è già partito dalla parte opposta, solo”. Sì. C’è. Ma ci siamo visti a metà ponte. Che risate!
Continua il saliscendi, le curve che se non guidassi vomiterei, mentre vedo spuntare montagne frastagliate come un castello di sabbia dopo il passaggio di un bimbo dispettoso.
“Paesaggio brullo a chi?” sembra dirmi, mentre scatto. I colori gli danno ragione.
La mia strada provinciale finisce in sterrato, guado due fiumiciattoli (e ringrazio la coppia di automobilisti che mi incoraggia con il secondo, profondo al limite), guadagno l’arrivo al meraviglioso e imboscato campeggio vicino alle dune di Piscinas.
Butto la tenda e mi butto a mare.

Dune

Non sono quelle di Arrakis*, nessun verme dentato spunterà fuori dalla sabbia per divorarmi, né ci sarà Spezia nell’aria.
Non è nemmeno il deserto iraqueno, teatro di una guerra che Turner** sa può nascondersi nelle viscere di una carcassa, nella sacca di un pastore errante, nelle macerie di un veicolo abbandonato.
Qui niente fantascienza prot-ambientalista, niente pericolo reale.
Dune di sabbia che si sono prese le montagne e si allargano fino al mare.
Una bellezza innocua, pare.
(ho portato la bici verificare, il mare le è piaciuto)
*Il ciclo di Dune, Frank Herbert
**La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, NNEditore ospite del Festival Internazionale della letteratura di viaggio a Cagliari (uragano permettendo)

Aneddoto prandiale
Circondata da famiglie tedesche bimbo-munite di figli (che contraddicono ogni stereotipo e sono i bimbi più molesti abbia mai visto), unici altri avventori sono:
– 5 tedeschi ultra cinquantenni che mi addocchiano e poi commentano (pesantemente suppongo) in lingua aliena. Mi scappa lo sguardo inceneritore. Una mamma tedesca approva.
– 2 avventori italiani, ognuno solo al proprio tavolo. Quando vado sorridendo alla cassa per chiedere un’informazione, uno dei due che sta pagando si illumina brevemente pensando cerchi lui. Poi si spegne e se ne va, mesto.
#nonèunpaesepersingle

8 settembre / Verso la meta


Lascio l’oasi di ristoro che mi ha accolta a Piscinas e mi dirigo verso Cagliari, dove mi aspetta Patrizio Zurru e il suo Festival.
Ma prima ringrazio con calore Silvia Limone che mi ha consigliato questo posto perfetto dove montare la mia tenda.
E Chiara Vallini che mi ha avvisata ieri: sì, i cervi c’erano. 5 maschi e un numero imprecisato di femmine in estro. Bramiti e passeggiate fra le tende tutta la notte. Non l’avessi saputo, sarei morta di paura o avrei incolpato cinghiali o campeggiatori russanti.
Vado, mi perdo e arrivo. Ciao ciao

…continua

Diario di viggio: Festival Internazionale della Letteratura di Viaggio (Cagliari)

Diario #inviaggioversolaletteratura D-0
La vicina di casa filippina mi chiede: “Cara, traslochi?”
L’ascensore si blocca con dentro tenda e carretto per 45′(fuori budget).
Finisco di caricare e sono pronta per andare a dormire fino a domattina, ma il 42° controllo del biglietto mi dice che devo essere a Genova entro stasera.
Adesso appiccico la locandina della Lettrice e del Festival internazionale della letteratura di viaggio in vista, perché i millemila libri sono in valigia e quel che si vede ispira un #aiutiamoliacasaloro. Se mi fanno aprire il baule per un controllo, mi sa che il baule li aggredisce.
Sono pronta. E’ viaggio, è letteratura. Hai voluto la bicicletta? Pedala, baby, pedala…

Per seguire le tappe del diario, andate sulla pagina fb Vis à Vis – Chiara Trevisan, e scoprite se ce l’ho fatta ad arrivare

Trasformare i libri in arte di strada: la Lettrice Vis à Vis La Stampa

Mentre riempio il bagagliaio del Doblò di libri, bici, carretto, tenda e aspettative per il viaggio verso il Festival Internazionale della Letteratura di Viaggio di Cagliari, sulle pagine nazionali de La Stampa Ilaria Dotta racconta la mia avventura vis à vis.

Con leggerezza, gentilezza e cogliendo in poche righe tutto lo spirito di questo progetto militante che attraversa strade e conversazioni ormai da quasi 5 anni.

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Festival della Letteratura di Viaggio – lavori in corso

Infaticabile, inarrestabile, irrefrenabile, La Lettrice non si fa comandare da nessuno. Tanto meno dalle feste. Infatti anche oggi, 15 agosto, è al lavoro per preparare catalogo e carretto in vista dell’appuntamento a Cagliari (9 e 10 settembre) con il Festival Internazionale della Letteratura di Viaggio.
La bici attraverserà quartieri del centro storico della città, portando conversazioni e racconti in programma e non.

I primi volumi sotto esame, da spulciare, segmentare, rimescolare fino a tirare fuori le idee da mettere nel catalogo per la vostra scelta su misura, sono un vero viaggio declinato in forme inaspettate:
– mi calo nei panni di un soldato (di tutti i soldati), in guerra con casa dentro, a casa con la guerra dentro, arrendendomi al fatto che “La mia vita è un paese straniero” (Brian Turner, NN Editore).
– mi perdo tra gli appunti di cronaca, le confessioni, le riflessioni, le mancate certezze che diventano fondamento di un’unica, alternativa, definitiva certezza: Lavoro Per il Lavoro. Insieme a “Robledo” (Daniele Zito, Fazi Editore).
– scorro nello spazio e nel tempo, tra un corpo e un altro, districandomi nel groviglio di identità fuse e confuse, con Severo e Arsène, “Nudi come siamo stati” (Ivano Porpora, Marsilio Editori).
– osservo Medio Oriente e Nordafrica, sulle tracce de “Il mussulmano errante” (Alberto Negri, Rosenberg & Sellier Ed.), per comprendere la guerra di oggi attraverso riti e miti di ieri.

Questi i primi viaggi. Altri ne seguiranno.
Per incrociarli con i vostri pensieri e bisogni, voi seguite me.