#nonrecensioni: batterie scariche per le Ragazze Elettriche


(#nonrecensione realizzata con il prezioso contributo di Ian Deady)

Dopo due colpi al cerchio, eccone uno alla botte.
Non vorrei creare malintesi, tipo che di mestiere io recensisca, o che qualcuno mi chieda di farlo, o che mi paghino per farlo (di qui, i miei giudizi positivi). Io leggo tantissimo, un’enormità. Scrivo quando ne ho voglia e solo di ciò che mi fa venire voglia di aggiungere la mia opinione alla moltitudine. Di solito, non perdo tempo a esprimermi su ciò che NON mi piace, preferisco argomentare a proposito di ciò che mi piace.
Poi ci sono le eccezioni. In genere quando la perplessità supera una certa soglia. Come in questo caso.
Oggi scrivo di un libro che non mi è piaciuto. O meglio, non mi è piaciuto quanto è piaciuto a voi. O, ancora più precisamente, mi ha delusa.
Premetto che di “RAGAZZE ELETTRICHE” (Naomi Alderman, Nottetempo), prima di prenderlo in mano, avevo ignorato tutte le recensioni più o meno paludate, l’endoresement di Margaret Atwood alla scrittrice (di cui è stata, per altro, mentore) e le opinioni di chiunque. A parte quella di una scrittrice che stimo e di un lettore competente: l’una lo consigliava vivamente, l’altro me l’ha inserito con proprietà nel canone cui appartiene, fornendomi i necessari riferimenti di fantascienza che mi mancavano.
Dicevo, mi ha delusa. Avevo aspettative, non lo nego. Le premesse, fino a quasi metà libro, c’erano. Poteva essere un libro realmente esplosivo, politico, dirompente, sorprendente.
Invece è prevedibile e a tratti noioso, fino a diventare deprimente per la mancanza di alternativa che propone, l’assenza di sfaccettature, di movimento dei personaggi, di evoluzione, maturazione, reale scardinamento del luogo comune.
Un libro di fantascienza che non assolve al suo compito, limitandosi alle premesse di una realtà alternativa e restituendo, viceversa, la proposta di una realtà semplicemente speculare.
Bastava un racconto breve, per fare questo esercizio. Una frase, forse. E molti meno osanna.
Un clichè dopo l’altro, ogni personaggio mette semplicemente in scena uno stereotipo riflesso allo specchio, cosa ben diversa dal ribaltarlo.
Non c’è niente di disturbante, in questa visione di femmine con potere, non c’è nemmeno un conflitto reale, insanabile, pungente per il lettore, fra la tensione a essere diversi e la resa nel ritrovarsi uguali.
Piatto, prevedibile, abbastanza inutile. Scorrevole, forse, come una cosa di poca importanza.
Che peccato.

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