#nonrecensioni: Eva e la madre di Eva


Silvia Ferreri, “La madre di Eva“, Neo Edizioni

Non aspettatevi una recensione. Da me, lo sapete, potete avere solo impressioni di lettura, al massimo suggerimenti d’uso. Quindi prendete questa pagina come uno degli strumenti da mettere nella vostra cassetta degli attrezzi, se volete.
Lo scomparto potrebbe essere quello “esplorazione di genere”, il femminile, il maschile, il confine percepibile fra essi e il nocciolo interno.
L’uso è quello di fare da guida nella comprensione e nella descrizione di cosa sia una donna, anzi due, e cosa possano diventare, quanto siano disposte a trasformarsi, l’una e l’altra, per accumulazione e sottrazione, fino a riconoscersi persone.
La madre di Eva racconta la femminilità per accumulazione, ripercorrendo le tappe di relazione con l’essere che ha generato (e con se stessa), dalla nascita al momento presente.
Al tempo stesso, lo fa per sottrazione, con la scarnificazione metaforica della femminilità vista come insostituibile forma di legame con la figlia, che lascia il posto, giunti all’osso, al legame fra individui.
Nel frattempo, oltre le porte di una sala operatoria, avviene la scarnificazione vera del corpo della giovane figlia, che sta cambiano sesso, sta dando al proprio corpo l’aspetto della persona che ha sempre contenuto.
Il racconto, che dura diciotto anni e il tempo dell’operazione che trasformerà Eva in Alessandro, è feroce, tenero, umano. Non risparmia le ombre, per gettare luce. Non fa sconti all’idea, o meglio l’ideale, del legame tra madre e figlia fatto di carne che riconosce altra carne e che viene sconfitto dal reale. A nulla serve combattere, si è già combattuto, lo hanno fatto anche altri e hanno perso. Serve ascoltare. E riconoscere, pur faticosamente, dignità e realtà a un altro modo di essere.
Il romanzo di Silvia Ferreri è dirompente, politico, illuminante. Rivela aspetti del femminile, e per paradosso del maschile, in una chiave che supera le ovvietà, va al nocciolo, senza pietà. Ma con un grado di comprensione che ne fa, come dicevo, uno strumento efficace di sospensione del giudizio e negoziazione del compromesso come punto di partenza per una nuova visione (e relazione). Una lettura impegnativa, per una donna, madre di figlia, come la sottoscritta (per quanto, non solo a tale categoria destinata). Mi ha costretta a confrontarmi con interrogativi che lasciavo volutamente in sospeso. Mi ha addolorata, a tratti. Spesso commossa. Infine lasciata differente da come mi aveva trovata.
Ringrazio sempre, per avere il privilegio di incontrare libri così.

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