Diario #inviaggioversolaletteratura Sardegna 2017 – I parte

Chilometro dopo chilometro, ecco qui la I parte della settimana sarda della Lettrice Vis à Vis. Andata e ritorno, con molta calma e attenzione, verso il Festival Internazionale della Letteratura di Viaggio di Cagliari.
Sul percorso: osservazioni, impressioni, pause e piccoli riferimenti letterari che mi hanno tenuto compagnia. L’abbraccio di un Festival eccezionale per accoglienza e coerenza. E il ritorno riflessivo.
Buona lettura.

5 settembre / Lo smarrimento
Dunque, il problema è il seguente:
– l’ultima volta che sono partita per un viaggio ho sbagliato la data della partenza
– l’ultima volta che sono tornata dalla Sardegna ho sbagliato la data del ritorno
– devo partire per la Sardegna
Lo capite il problema, vero? E’ un problema esponenziale.
Avevo organizzato di portarmi una badante. Ma mi ha mollata.
L’unica cosa che mi viene in mente è appicciare la locandina della Lettrice sulla macchina, così se mi intercettate voi sul percorso vi fate riconoscere e vi assicurate che sia (sufficientemente) in possesso delle mie facoltà, nella giusta direzione e, vi prego, nel momento giusto al posto giusto.
Posso contarci?

6 settembre / Carica


La vicina di casa filippina mi chiede: “Cara, traslochi?”
L’ascensore si blocca con dentro tenda e carretto per 45′(fuori budget).
Finisco di caricare e sono pronta per andare a dormire fino a domattina, ma il 42° controllo del biglietto mi dice che devo essere a Genova entro stasera.
Adesso appiccico la locandina della Lettrice e del Festival in vista, perché i millemila libri sono in valigia e quel che si vede ispira un #aiutiamoliacasaloro. Se mi fanno aprire il baule per un controllo, mi sa che il baule li aggredisce.
Sono pronta. E’ viaggio, è letteratura. Hai voluto la bicicletta? Pedala, baby, pedala…


Dopo il licenziamento della badante, avevo bisogno di un segno. Un incoraggiamento per questo viaggio.
E niente: questa è la nave su cui mi imbarco! Alè!

 

 

La navigazione 1
Diciamocelo, per qualunque ragazza nata negli anni ’70, un tragitto in nave evoca una romantica avventura e si manifesta come una realistica fregatura.
Sto parlando (occorre dirlo?), del sogno di trovarsi su Love Boat e la verità di navigare su un camion a elica, perlustrato da capitani tripponi, marinai scazzati, inservienti sfiniti e saccopelisti intrepidi.
Il rumore è quello di un auto-articolato, la temperatura interna scoraggia l’abito da sera, le aree di ristoro scoraggiano la conversazione. TV ad alto volume ovunque.
Cammini per i corridoi occhieggiando il personale e sfogliando mentalmente le pagine di D.F.W.*, perseguitata da immancabile senso di colpa solo per aver pensato, dico pensato, che il gentile marinaio che ti ha indicato la via avesse più dell’interesse di buttarti fuori bordo per la stanchezza.
Non ti puoi permettere un’acqua minerale, figuriamoci un cocktail sul ponte (che poi, tanto, il bar sul ponte è solo nella tua immaginazione). Al tavolo del Capitano, per cena, non sei invitata. Lo guardi e pensi “tanto la cena se la sarà già mangiata tutta lui”.
Non è un cargo diretto verso lo Stretto di Magellano, non è una goletta in cerca di pirati, non è nemmeno un pedalò per inseguire un’alba. È poco più di un pullman, affollato, senza fermate intermedie.
Ah, quasi dimenticavo, niente “mare, profumo di mareeee…”: rimane addosso quell’appiccicume umido che nemmeno nelle paludi.
July, Stubing, Goofy? Dove siete?
*“Una cosa divertente che non farò mai più”, MinimumFax

La navigazione 2
Ho traporti marittimi di ogni genere, nei miei 44 anni.
Traghetti grandi e bagnarole, pescherecci e charter, notti sul ponte a respirare salsedine, sacchi a pelo sdraiati sulla moquette dei corridoi e perfino un sonno in bilico sulla testa dello schienale delle poltrone (braccioli non reclinabili). Qualche cabina, lusso di lavoro e adultitudine. Mi manca la crociera (grazie al cielo).
Ho nella memoria metà della mia vita in cui la folla ammassata su un ponte, tremante e incerta, era quella delle fotografie ingiallite di emigranti verso Ellis Island o Buenos Aires. Poi sostituite dalla immagini patinate che contrastavano la grana feroce dei traghetti dall’Albania, stracolmi, pericolanti, eppure invincibili con il loro carico di disperazione e speranza.
L’altra metà della mia vita, come della vostra, ha subito un’accelerazione. La vedo in fast motion nel moltiplicarsi esponenziale di canotti, barchette, pilotini, corpi, naufragi, salvataggi, recuperi, respingimenti.
Non si può più navigare indifferenti. Salire su un mezzo di trasporto senza chiedersi il senso del trasporto stesso. Guardare i passeggeri senza confrontarli (confrontarsi) con la differenza fra scelta e necessità.
Vale per ogni viaggio. In mare di più. Pensare.

7 settembre / SS131 con fuga

80 km/h, questo il limite di velocità per percorrere la statale che attraversa da testa a coda la Sardegna. Il limite massimo anche per poter viaggiare quasi come fecero Julio Cortázar e Carol Dunlop a bordo del loro Fafner, tra Marsiglia e Parigi. “Autonauti della Cosmostrada” (Einaudi), per i quali il percorso è la meta, non la strada per arrivarci. Come loro, mi fermo ogni pochi chilometri, per scattare foto, prendere appunti, poggiare i piedi per terra e ascoltare cosa ha da dirmi.
Non credo ci siano modi migliori di attraversare questo paesaggio di saliscendi, curve disegnate da un topografo ubriaco, foreste che si alternano a deserti. Il mare che compare all’improvviso, dietro una svolta. E a volte è il mare dentro: bacini artificiali, laghetti, lagune. Perfino un guado da attraversare per raggiungere la meta del campeggio (sfidando la sorte, ma wonder woman è dalla mia parte).
I cipressi qui non sono come a Bolgheri, alti e schietti. Qui sono grassi e spettinati, e si infilano tra una palma, un ulivo, un pino marittimo e una pietraia. Altro che “duplice filar”, sembra che qualcuno si sia giocato ai dadi dove farli crescere. Al caso.
SP49/69/4
Lasciata la Carlo Felice, mi dirigo a sud ovest lungo la costa. Nell’abitacolo, coi finestrini aperti, si azzuffano il salmastro da un lato e lo stallatico dall’altro. La strada è lenta, sconnessa. Qui, anche nei rettilinei, il limite è 30km/h. Mettere un cartello costa meno che riparare l’asfalto disastroso.
Rido, rido davvero quando mi trovo in un paese che finisce sull’acqua. C’è un ponte, una corsia e mezza, che lo collega dopo 800m all’altra sponda di una enorme laguna. “Divieto assoluto di transito”. Chiedo al barista, che mi illumina: “Passi. Lo fanno tutti. Butti un occhio se c’è qualcuno di grosso che è già partito dalla parte opposta, solo”. Sì. C’è. Ma ci siamo visti a metà ponte. Che risate!
Continua il saliscendi, le curve che se non guidassi vomiterei, mentre vedo spuntare montagne frastagliate come un castello di sabbia dopo il passaggio di un bimbo dispettoso.
“Paesaggio brullo a chi?” sembra dirmi, mentre scatto. I colori gli danno ragione.
La mia strada provinciale finisce in sterrato, guado due fiumiciattoli (e ringrazio la coppia di automobilisti che mi incoraggia con il secondo, profondo al limite), guadagno l’arrivo al meraviglioso e imboscato campeggio vicino alle dune di Piscinas.
Butto la tenda e mi butto a mare.

Dune

Non sono quelle di Arrakis*, nessun verme dentato spunterà fuori dalla sabbia per divorarmi, né ci sarà Spezia nell’aria.
Non è nemmeno il deserto iraqueno, teatro di una guerra che Turner** sa può nascondersi nelle viscere di una carcassa, nella sacca di un pastore errante, nelle macerie di un veicolo abbandonato.
Qui niente fantascienza prot-ambientalista, niente pericolo reale.
Dune di sabbia che si sono prese le montagne e si allargano fino al mare.
Una bellezza innocua, pare.
(ho portato la bici verificare, il mare le è piaciuto)
*Il ciclo di Dune, Frank Herbert
**La mia vita è un paese straniero, Brian Turner, NNEditore ospite del Festival Internazionale della letteratura di viaggio a Cagliari (uragano permettendo)

Aneddoto prandiale
Circondata da famiglie tedesche bimbo-munite di figli (che contraddicono ogni stereotipo e sono i bimbi più molesti abbia mai visto), unici altri avventori sono:
– 5 tedeschi ultra cinquantenni che mi addocchiano e poi commentano (pesantemente suppongo) in lingua aliena. Mi scappa lo sguardo inceneritore. Una mamma tedesca approva.
– 2 avventori italiani, ognuno solo al proprio tavolo. Quando vado sorridendo alla cassa per chiedere un’informazione, uno dei due che sta pagando si illumina brevemente pensando cerchi lui. Poi si spegne e se ne va, mesto.
#nonèunpaesepersingle

8 settembre / Verso la meta


Lascio l’oasi di ristoro che mi ha accolta a Piscinas e mi dirigo verso Cagliari, dove mi aspetta Patrizio Zurru e il suo Festival.
Ma prima ringrazio con calore Silvia Limone che mi ha consigliato questo posto perfetto dove montare la mia tenda.
E Chiara Vallini che mi ha avvisata ieri: sì, i cervi c’erano. 5 maschi e un numero imprecisato di femmine in estro. Bramiti e passeggiate fra le tende tutta la notte. Non l’avessi saputo, sarei morta di paura o avrei incolpato cinghiali o campeggiatori russanti.
Vado, mi perdo e arrivo. Ciao ciao

…continua

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