#nonrecensione: “Brutta – Storia di un corpo come tanti”

Giulia Blasi, “Brutta – Storia di un corpo come tanti” (Rizzoli)

La prima memoria di definizione altrui del mio corpo è abbastanza antica. Sono alle elementari, presumo alla fine dell’ultimo anno. Faccio girare un quadernino fra compagne e compagni, perché ognuno possa scrivere una dedica di ricordo. Qualcuno disegna, qualcuno scrive cose carine piene di fiorellini, qualcuno firma e basta, qualcuno lo ignora. Poi c’è S. Siamo amici, ci troviamo nelle reciproche case a giocare. C’è benevolenza, fra noi. A S. piace disegnare, ed è anche bravo. Quindi si impegna, sul mio quadernino. Disegna un volatile dalla faccia simpatica (lo vedo sfocato, nella memoria). E aggiunge una scritta (questa sì, indelebile, nonostante siano passate molte decadi): “Ti auguro che la tua storia sia come quella del Brutto Anatroccolo”. Ecco la prima volta in cui apertamente, chiaramente (e pure armato di buone intenzioni), un maschio non solo mi definisce nel presente (evidentemente: brutta), ma mi fa anche l’augurio per il mio futuro che ritiene più auspicabile: che diventi bella. Non ricordo come avessi reagito, al tempo. Ma aver conservato questa memoria così precisa e così a lungo, mi obbliga a considerarne la rilevanza.

Il mio amico ha stabilito un’unità di misura per il mio futuro, per il mio successo. Per il successo, in generale, di una femmina. Non ho dubbi: nemmeno con il più scorfano dei miei compagni ha avuto tale premura.

A far riemergere questo ricordo, e a mettermi nella posizione di ripensare al processo con cui ho costruito l’idea del mio corpo, è l’ultimo libro scritto da Giulia Blasi “Brutta – Storia di un corpo come tanti” (Rizzoli, 2021).

Pur nelle differenze, condivido molte cose con Giulia. L’età, gli anni ’80-’90 in cui siamo diventate grandi, un’infanzia e una giovinezza in cui il nostro corpo era oggetto di una certa considerazione (non di quella benevola che ci avrebbe permesso di pensare ad altro, però), il fastidio, per usare un eufemismo, con cui consideriamo alcune “attenzioni” . E anche la ‘faccia da stronza’ (alla disamina della quale è dedicato un capitolo illuminante quanto esilarante).

Leggendo il libro mi rendo conto di quanto poco tempo dedichi a cercare di capire perché io mi veda in un certo modo, o che importanza attribuisca al filtro dello sguardo dell’altro, o cosa stia proiettando su questo involucro dai caratteri effimeri. In pratica, quanto trascuri di riappropriarmi almeno della consapevolezza delle dinamiche che lo riguardano, se proprio non riesco a modificarle. Sta di fatto che “bella” non lo sento quasi mai come un complimento, e capire perché sarebbe un bel vantaggio.

Il libro di Giulia Blasi è importante, perché anche se a certe conclusioni ci sei già arrivata da sola, il più delle volte non hai dato loro la rilevanza che meritavano. E di questa trascuratezza non vedi gli effetti allo specchio, ma nel tuo sguardo rivolto ad esso.

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